Hai voluto il mercato comune? Pedala!

Abbattere le barriere e i dazi è da diversi anni il mantra di qualsiasi commerciante: senza dazi si può commerciare dovunque. Si può conquistare il mondo.

Su questo, chiunque crei prodotti o eroghi servizi non può non essere d’accordo: le regole per la libera circolazione delle merci e delle persone, due delle 4 regole fondamentali dell’Unione Europea, sono apparse come una grande opportunità per le aziende e per i lavoratori.

Squilibri

Come in passato, però, l’abbattimento di frontiere favorisce gli scambi ma questi assumono un peso differente a seconda delle condizioni economiche di partenza

Tendenzialmente, come avvenuto per il meridione d’Italia, la Germania est e, risalendo nella storia, fino dall’annessione di Sicilia, Cartagine e Egitto all’impero romano, l’abbattimento di frontiere e la rimozione di dazi ha sempre creato squilibri o amplificato quelli esistenti.

Per esempio, in Germania, malgrado la partenza da “potenza industriale”, l’annessione della Germania Est ha comportato squilibri nel mercato del lavoro che proseguono ancora oggi, difficoltà di integrazione (anche sociale), problemi legati allo sviluppo dell’agricoltura e via dicendo. Bilanciati con difficoltà a suon di bonus, riqualificazioni, sostegni statali e facilitazioni varie da parte del governo tedesco.

Il nostro problema, però, è leggermente diverso: per l’Italia non si tratta di assorbire una parte malfunzionante e arretrata in un tessuto sociale e economico sano. Siamo all’interno di un sistema malato che invece di ridurre le sacche di difficoltà, le sta amplificando a dismisura, ripetendosi che tutto funziona sempre meglio. Un mantra pericolosissimo, recitato da istituzioni che ci credono stupidi.

Eppure, lo squilibrio visto dal punto di vista umano, commerciale ed economico è palese: siamo invasi da prodotti di aziende estere, da materie prime estere, da filiali estere. Le nostre menti più brillanti (ma anche quelle un po’ ottuse) se ne vanno all’estero. Gli italiani sono una forza pensante su scala globale. Preparati da uno dei migliori (e più costosi) sistemi scolastici del mondo, abbandonati a loro stessi appena diplomati o laureati, se ne vanno.

Di più: preziose perle produttive tutte italiane, a causa del ricambio generazionale e dei problemi del tessuto economico, vengono vendute a proprietà straniere, assorbite in aziende multinazionali oppure trasferiscono la loro sede in altri paesi.

Il motivo è banale: le aziende italiane non possono competere con quelle estere.

Così l’economia diventa paludosa, i “nuovi” disperano di entrare in gioco… E tutto si risolve con una debacle su tutti i fronti.

Regole diverse

Il World Bank Group mantiene aggiornata una vera e propria mappa delle economia dei vari governi del mondo, raccogliendo dati in 189 nazioni.

Questi dati sono pubblici ed estremamente interessanti, se si ha la pazienza di sfogliarli.

Non siamo noi del Drappo a dire che la battaglia è impari. Non è nemmeno lo Stato Italiano (che, al contrario, tesse continuamente le lodi della competitività italiana). Non lo dice nemmeno qualche associazione di settore o l’Unione Europea. Il World Bank Group è un’entità sovranazionale che ha lo scopo di ridurre la povertà e la sua raccolta dati esiste in quanto funzionale a questo scopo. Non è un’agenzia di rating.

Proprio sul sito del World Bank Group è chiaramente indicato che la pressione fiscale complessiva in Italia (Tax Rate) è del 62%. La media in area Euro (Italia inclusa) è del 43,5%. La media del resto del mondo è del 40,6%.

Numeri… Che tradotti in un esempio pratico significano che se l’azienda media italiana fosse un atleta alle olimpiadi, si troverebbe a correre i 100 metri piani partendo 18 metri e mezzo più indietro rispetto agli atleti “medi” delle altre nazioni europee (che, a loro volta, partirebbero qualche metro indietro rispetto alla media delle altre nazioni del mondo).

Ill 20% di vantaggio dato agli altri concorrenti. Potremmo pensare che qualche dubbio sulle possibilità di vittoria potrebbe esserci…

Tasse (poco) produttive

Il dramma arriva quando si esce dal concetto di Tax Rate per fare un’indagine qualitativa. Guardando gli indici del peso contributivo si evidenzia che non solo partiamo così indietro ma anche che il peso aggiuntivo non viene usato per scopi produttivi.

A fronte di un peso medio europeo del 28,8%, la voce contributiva italiana è al 43,4%. Il che è come dire che quasi metà dei soldi raccolti non finiscono in servizi attivi (strade, ponti, ferrovie, facilitazioni a imprese e cittadini in difficoltà, ecc).

Tornando alla gara… Il nostro atleta partirebbe indietro non per avere più fiato in seguito ma solo perché deve fare più strada. Uno sforzo fine a se stesso.

Attenzione: vogliamo evitare una (dolorosa) dissertazione sulla questione delle pensioni. Però, il dato di fatto, è che nell’attuale periodo storico le aziende e i lavoratori stanno pagando e sostenendo il passato invece che costruire un futuro.

Per essere più espliciti: che pretesa possiamo avere di essere competitivi in un mercato comune quando le nostre imprese partono svantaggiate (e non di poco)?

Un gioco difficile

Certamente ci sono aziende per le quali questo scenario non si applica: i dati sono una media. Però è una media che fa paura.

Questa condizione di “gara impari” ha, ovviamente, portato a uno squilibrio che si mostra evidente man mano che la distanza di gara si allunga. Si, perché l’esempio precedente, quello della gara, non è proprio perfetto: rende l’idea ma non funziona così.

La gara reale prevede che si parta tutti insieme ma l’azienda italiana, ogni 100 metri, faccia anche 18,5 metri di lato (fingiamo che siano 9,25 a destra e 9,25 a sinistra).
Su un Km ne avrà fatti 185 in più rispetto alla media delle aziende estere. Su distanze maggiori, il divario non potrà che aumentare.

Abbiamo un atleta che corre senza fine mentre gli altri possono permettersi persino di rallentare o addirittura fermarsi per riprendere fiato. Se il nostro atleta rallenta, invece, non avrà mai più la speranza di riprendere il gruppo.

Effetti del tempo

In molti campi esiste il concetto di analisi delle piccole fluttuazioni. Non è difficile capire che, nel corso degli anni, una perdita di pochi euro al mese, tutti i mesi, con gli interessi, può portare facilmente al disastro. Anche perché la copertura della perdita toglie risorse alla ricerca, allo sviluppo, alle possibilità di espansione.

Esattamente come il nostro atleta: impegnato a riguadagnare i suoi 18,5 metri ogni 100, non ha tempo di riposarsi, non può abbassare il ritmo e, a un certo punto, muore di infarto. Oppure cede e perde ogni possibilità di vincere.

Proprio il tempo è il fattore chiave delle mutazioni negli squilibri non evidenti: quando qualcosa non è evidentemente chiaro, il tempo interviene rendendo palese il problema.

Così, un’azienda che dedica gran parte dei suoi ricavi alla copertura delle tasse, investirà meno in ricerca (per esempio). Questo porterà a meno guadagni nel futuro, quando dovrà investire ancora meno in ricerca per compensare le tasse e i mancati guadagni dovuti al fatto che non ha investito in precedenza in ricerca… E così via.

Si chiama impoverimento progressivo ed è quello che stiamo facendo: chi ha potuto ha compensato finora con i beni accumulati in passato, ottimizzando l’organizzazione interna e via dicendo. Ora, però, ci si sta rendendo conto che anche questo non basta. Quel 18,5% in più c’è in continuazione. Ogni 100 metri.

Non siamo contro l’Europa. Davvero.

Malgrado questa difficoltà, tuttavia, non possiamo essere contrari all’Unione Europea perché, nel bene o nel male, sta svolgendo un’operazione di protezione dal peggio.

Cosa accadrebbe, infatti, rimuovendo i dazi tutt’ora presenti con diversi altri paesi come gli USA o la Cina? Soprattutto quest’ultimo paese, in cui le regole del lavoro e gli oneri degli imprenditori sono decisamente differenti da quelli europei?

Per questo motivo, l’Europa devemigliorare le sue strategie e, allo stesso tempo, è necessaria una riforma del sistema Italia. Una rivoluzione pacifica che ci metta in condizione di correre con gli altri paesi europei, che preservi le nostre eccellenze, che favorisca la nascita e la rinascita di imprese produttive.

L’economia dell’Impero Romano cadde negli stessi errori quasi 2000 anni fa (il parallelo include persino gli altissimi costi della burocrazia imperiale), provocando un periodo di decadenza e crisi dopo il quale i popoli confinanti, “barbari invasori”, ebbero gioco facile nello smembrarlo.

Il tempo scarseggia, il resto del mondo sta premendo sui confini e il tempo dei giochi è finito da un pezzo. Se non saremo in grado di cambiare da soli il sistema, tra qualche anno, ce lo cambierà qualcun altro.

 

 

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